Il successo professionale è il coronamento di un lungo percorso per molti dipendenti, pieno di sfide e soddisfazioni. La nostra compagna di viaggio è una personcina di tutto rispetto, l’autostima, un’ottima alleata che ci corazza nelle difficoltà. Credere in noi stessi è l’arma vincente per la propria carriera, da cui dipende il successo sul posto di lavoro.

È vero, le giornatacce capitano a tutti, l’importante è saperle affrontare con serenità e capire che non per forza una critica di un collega, di un capo o di un responsabile, debba necessariamente turbarci. Il segreto è darle il giusto peso e non lasciare che cambi la consapevolezza in noi stessi.

È una situazione che vi sarà capitata spesso sul posto di lavoro, ma il fenomeno ha radici antichissime, deriva dal mito greco di Pigmalione, che ha spronato numerose discussioni sul management aziendale.

Nelle “Metamorfosi” di Ovidio si narra che Pigmalione, re di Cipro, si disperasse alla ricerca della sua dolce metà: la donna dei suoi sogni era l’ossessione del sovrano. Per assecondare questo desiderio, Pigmalione decise di plasmare le sue fantasie e fece scolpire la sua donna ideale, Galatea, della cui perfezione l’uomo si innamorò profondamente. Un amore apparentemente impossibile, fino a che la dea Afrodite non diede vita alla statua ed esaudì il desiderio di Pigmalione, che sposò infine Galatea.

Questa storia è oggi alla base dell’”effetto Pigmalione”, noto anche come “profezia che si autoavvera”. La leggenda indica come i meccanismi psicologici con cui ci crediamo succubi del fato, della sfortuna o degli eventi infausti siano in realtà proiezioni delle nostre insicurezze: basterebbe davvero poco per rovesciarle, la fiducia che abbiamo nelle nostre capacità è il trucco per sfatare questo meccanismo. Solo così sarà possibile concretizzare i nostri progetti, in termini affettivi o professionali.

Se avremo un’autostima di argilla, le critiche plasmeranno le nostre convinzioni e anche l’opinione che abbiamo di noi stessi sarà diversa. Se però avremo dalla nostra una fiducia di acciaio, nessun giudizio altrui impedirà il nostro cammino. Perché l’autostima qui fa da padrona.

A suggellare questa teoria è l’esperimento di Rosenthal e Jacobson: i due psicologi sottoposero negli anni Sessanta una classe di bambini a un test di intelligenza e condivisero gli esiti, falsati, con le insegnanti, indicando loro gli alunni più virtuosi e da tenere in considerazione.

Dopo 4 anni di assenza, i due psicologi tornarono nuovamente dai bambini scoprendo un risultato sorprendente: le insegnanti avevano coltivato le potenzialità degli alunni giudicati promettenti e questi ultimi, pur essendo normodotati, avevano talmente interiorizzato il giudizio delle insegnanti da averlo fatto proprio e assecondato. Come? Superando le valutazioni dei compagni realmente più bravi di loro e diventando i migliori della classe.

“Il test spiega il nostro grado di sensibilità alle aspettative altrui e il modo in cui il giudizio ci possa influenzare positivamente, migliorando le nostre capacità”, sostiene Stefania Sauchella, responsabile delle attività Welfare di Intent.

Gli studi realizzati da Rosenthal e Jacobson ottennero il loro giusto riconoscimento solo nel 1969, diventando oggetto di studio per il management. Da allora c’è una maggiore attenzione per lo stato emotivo dei dipendenti, per una comunicazione eticamente sostenibile da parte dei manager e una maggior consapevolezza verso il cosiddetto “giudizio positivo”.

“Il segreto è nella fiducia: il buon manager è colui che riconosce il dipendente e, infondendogli fiducia, sa far emergere le sue potenzialità, coltivarle con incoraggiamenti e guidarlo nella crescita personale e professionale”, sostiene Stefania Sauchella.

Gran parte dei cambiamenti nelle aziende consistono oggi nell’evitare atteggiamenti come il “claim and fact”, la tendenza nell’annunciare un evento che, per il tono promettente, può creare pressione psicologica. Oppure il “response opportunity”, per cui chi gode di buona considerazione in azienda avrà più probabilità di essere ascoltato dai colleghi o dai propri referenti.

Un altro aspetto da limitare è poi “l’input factor”: se il datore di lavoro ritiene che il dipendente abbia le carte giuste per crescere in azienda, condividerà con lui più informazioni rispetto a un altro dipendente, su cui non si nutrono grandi aspettative. La fiducia, se condivisa inaspettatamente, sarà però ripagata: vedrete anche il coinvolgimento del dipendente più demotivato aumentare.

Perché, come disse Martone Regali, responsabile Ricerca e sviluppo di General Motors, “i grandi risultati nascono sempre in un contesto di grandi aspettative”. Se ci convinciamo di valere poco, ci presenteremo male, se crediamo in noi stessi riusciremo a raggiungere gli obiettivi: senza fiducia Pigmalione non avrebbe mai realizzato il suo sogno.

 

Ufficio Stampa Intent